In generale, la farmacoterapia in gravidanza deve essere limitata ai casi strettamente indicati, poiché una certa quota di rischio a danno del prodotto del concepimento, per quanto minima, non potrà mai essere esclusa. Al contempo sappiamo che stati depressivi, misti, ansiosi, disforici in gravidanza possono associarsi ad una prognosi peggiore, sia per la madre che per il nascituro. In considerazione di ciò, la decisione in merito all’introduzione o prosecuzione di trattamenti farmacoterapici in gravidanza deve fondarsi su una approfondita analisi rischio-beneficio, guidata dal clinico ed estesamente discussa con i futuri genitori. Resta sempre buona norma consultare gli specialisti di riferimento ed il medico di base ben prima del concepimento, in un’ottica di medicina cosiddetta “pre-concezionale”. Infatti, il primo trimestre di gravidanza è spesso quello più critico per le malformazioni indotte da farmaci (fase organogenetica), quindi è bene non trovarsi, come si suole dire, a correre ai ripari a conti fatti. Nel caso di specie, la Food and Drug Administration (FDA) inserisce Paroxetina in categoria di rischio D (i.e., farmaci per cui esistono evidenze positive di rischio per il feto umano, ma i benefici potenziali del farmaco per la madre possono superare tali rischi in specifiche situazioni), mentre tutti gli altri antidepressivi sono inseriti in categoria C (possibile rischio ma probabilmente più sicuri rispetto ai farmaci in categoria D per assenza di evidenza di “teratogenesi” nell’uomo). Solo due antidepressivi si trovano in categoria B (“non evidenze di rischi sul feto in modelli animali”), ovvero bupropione e maprotilina, ma questi ultimi sono farmaci molto specifici, non sempre indicati nei più comuni quadri ansioso-depressivi. Antidepressivi di nuova generazione ritenuti, nella pratica, sufficientemente sicuri in gravidanza (ovviamente previa analisi rischio-beneficio di cui sopra) sono Citalopram e Sertralina. Quando possibile, è comunque buona regola interrompere qualunque farmacoterapia psicotropa durante il primo trimestre di gravidanza, per poi eventualmente riprenderla ad organogenesi conclusa (ovvero, dopo il novantesimo giorno). I farmaci con effetti sulla serotonina (specialmente Citalopram, Sertralina e Clomipramina) devono preferibilmente essere interrotti circa due settimane prima del parto, al fine di ridurre effetti di sospensione o tossicità serotoninergica nel neonato (sindromi da sospensione, sindromi da disadattamento neonatale, ipertensione polmonare neonatale persistente, enterocolite necrotizzante). A onor del vero, anche su quest’ultimo punto non tutti gli Autori ed i Clinici sono d’accordo, ritenendo taluni che sia preferibile correre il rischio dei suddetti quadri sindromici neonatali rispetto agli effetti negativi dell’ansia e dell’instabilità umorale sull’esito del travaglio. Per concludere, si ricorda che esistono in Italia tre centri specializzati nei rischi legati ai trattamenti farmacologici in gravidanza (Ospedale Niguarda di Milano, Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Ospedale Careggi di Firenze) che possono essere sempre consultati telefonicamente o via mail per ottenere informazioni relative a tutti i casi specifici. In sostanza, in questo ambito non esiste una formula universalmente giusta: le decisioni in ordine al trattamento neurofarmacologico in gravidanza si devono fondare sulle caratteristiche cliniche e sulle preferenze delle singolarità umane che il medico si trova ad assistere.
Francesco Weiss